C’è stato un tempo in cui la sofferenza degli altri mi scorreva sottopelle come una scossa elettrica. Bastava uno sguardo incrinato o un pianto trattenuto in un luogo qualunque per farmi sentire il peso del mondo sulle spalle. Poi, è arrivato il mio temporale. Un dolore cieco, uno smarrimento così fitto da cancellare ogni punto cardinale.
Per sopravvivere a quel crollo, qualcosa dentro di me ha fatto clic. È scattato un salvavita emotivo.
Oggi mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Qualcuno accanto a me soffre, racconta il suo dramma, e io rimango a guardare dall'oblò di una nave: spessa, asciutta, immobile. Non provo pena. Non provo quella vicinanza che un tempo mi rendeva umana. Sento solo una superficie liscia, fredda.
Mi sono salvata dal mio dolore, sì, ma al prezzo della mia stessa capacità di commuovermi. E questo vuoto, questa lucidità spietata che ho scambiato per forza, è la cosa più difficile che dovrò mai perdonarmi.