La presunzione della tribuna: gli “anta”, i giudizi altrui e il diritto di parlare senza tabù
C’è una forma di miopia sociale che trovo sinceramente ridicola: la stupidità di chi crede di poter sempre guardare la storia altrui da un’angolazione privilegiata. Persone che si accomodano in tribuna, convinte di avere il biglietto VIP per osservare, analizzare e – soprattutto – giudicare la vita degli altri, senza mai avere il coraggio di scendere in campo e, soprattutto, senza mai giudicare se stesse.
È facile emettere sentenze quando ci si sente al sicuro sul proprio piedistallo di certezze incrollabili. Ma la verità è che chi vive per giudicare gli altri di solito lo fa per non dover guardare dentro il proprio specchio.
Il tribunale di chi non si mette mai in gioco
Puntare il dito è lo sport nazionale di chi ha paura di viversi. Si guarda la vita di una donna, le sue scelte, le sue contraddizioni, i suoi silenzi, e si pretende di aver capito tutto. Si applicano etichette, si danno consigli non richiesti, si pontifica su cosa sia "giusto" o "sbagliato" fare.
Questa presunzione si scontra con una realtà molto più complessa: nessuno ha un'angolazione privilegiata sulla vita di un altro. Nessuno conosce il peso delle parole trattenute, la fatica di certi sguardi o il bisogno profondo di un abbraccio che si nasconde dietro una facciata di ferro. Giudicare gli altri è un modo vigliacco per evitare l'unica persona che dovremmo davvero analizzare: noi stessi.
Gli "anta" non sono per vecchi
E qui arriviamo al punto di rottura, a quella terra di mezzo che la società si ostina a voler catalogare come "il declino". Mettiamolo nero su bianco: gli anta non sono per vecchi.
Superare i quaranta o i cinquanta anni non significa sedersi in panchina a guardare lo scorrere del tempo, né tantomeno subire passivamente i giudizi di chi ci vorrebbe invisibili, composte e recondite nei nostri angoli. Questa non è l'età del tramonto; è l'età della consapevolezza. È il momento esatto in cui capisci che il tempo rimasto è troppo prezioso per essere sprecato a compiacere le aspettative altrui o a farsi frenare dai sussurri di chi ci osserva dalla sua angolazione presuntuosa.
Il diritto di parlare senza tabù
Proprio perché gli "anta" sono l'età della libertà conquistata, rivendico il diritto di parlare senza tabù.
Voglio poter parlare di desideri, di paure, di sessualità, di solitudine, di errori e di sogni senza dover chiedere il permesso a nessuno e senza dover usare eufemismi. Abbiamo il diritto di dire le cose come stanno, di essere scomode, di non essere l'“aggiustatutto” della situazione per forza. Abbiamo il diritto di avere paura, di non trovare il coraggio di parlare in certi momenti e di voler solo sparire in un abbraccio il momento dopo, senza che questo venga usato come materiale da gossip per i giudici da tastiera o da salotto.
Basta con i filtri, basta con il timore del "cosa penseranno". Chi vuole continuare a guardare le nostre vite dalla sua angolazione privilegiata faccia pure: si accomodi pure in tribuna. Noi, nel frattempo, continuiamo a giocare la nostra partita. Libere, spettinate e senza più tabù da difendere.